(Indagate con MRI, laringostroboscopia e EGG)
In un precedente articolo ho parlato di Khöömei, un’antica arte tramandata oralmente nella repubblica di Tuva, e diffusa anche nella regione Altaica ed in Mongolia. In questo articolo parleremo di come altre tecniche di canto difonico si sono sviluppate in occidente a fine ‘900, analizzandole accuratamente.


Nel marzo 2019 ho iniziato una collaborazione con un team di medici, proprio per studiare nel dettaglio ciò che avviene nel tratto vocale mentre si amplificano gli armonici con le tecniche “occidentali” riconosciute come “L”, “J” e “NG”(termini coniati da Wolfgang Saus).
Grazie al foniatra dr. Alfonso Gianluca Gucciardo, al radiologo dr.Filippo Barbiera, ed al radiologo Bruno Murmura, ho passato un bel po’ di tempo all’interno della MRI (risonanza magnetica in tempo reale) , ed anche in laringostroboscopia, ottenendo ottime immagini, che confermarono quanto si sospettava accadesse nel tratto vocale durante le suddette tecniche difoniche, specialmente per quanto riguarda il ruolo del velo palatino. I risultati della ricerca verranno poi presentati da me e dalla collega Ilaria Orefice (vedi foto) alla XXVII Pacific Voice Conference di Cracovia il 24-26 ottobre 2019, risultati che verranno poi pubblicati ufficialmente nel 2020 su “The Journal Of Voice”.
Ecco quindi le immagini delle tre principali tecniche difoniche, viste in risonanza magnetica dinamica.

Tecnica della L (o doppia-cavità)
La tecnica in assoluto più efficace per produrre armonici distinguibili sopra al suono fondamentale, simile al sygyt Tuvano, ma distinguendosi da esso prima di tutto per l’assenza di costrizione a livello delle false corde vocali, o “sovracorde”(Non si può infatti parlare di Sygyt senza timbro khöömei!).
Il fonema corrisponde ad una “L” velare anziché palatale, dalla quale differisce per la posizione lievemente arricciata della punta della lingua che va, appunto, in direzione del velo. L’amplificazione dell’armonico avviene interamente nella cavità orale, infatti si può notare come il velo palatino sia completamente serrato. Nello studio ho eseguito anche l’apertura chiusura intermittente del velo palatino (nota come “ezengileer” nel canto tuvano), seppur su timbro rilassato della fondamentale, osservando che tale movimento può avvenire indipendentemente dal movimento della lingua, dato che quest’ultimo è occupato totalmente nella selezione degli armonici.
Tecnica “J” (o singola-cavità)
Sfruttando bene la risonanza, ed utilizzando le vocali strette, comprese tra la ï e la ü, si ottiene un armonico penetrante, amplificato dalla posizione sollevata del dorso della lingua, che si avvicina al palato senza toccarlo. Questa tecnica limita i melismi e gli accenti rispetto alla tecnica della L, che conferisce maggiore libertà nei movimenti all’esecutore.
La Goccia/NG technique
Ben nota perché spesso utilizzata dal celebre cantante Demetrio Stratos (1945-1979), il quale la chiamava “goccia”, è una tecnica molto semplice che sfrutta il fonema “NG” di “tango”, mantenendo la nasalizzazione dopo il suono “G”. L’armonico si articola contemporaneamente tra la cavità orale e quella nasale, attraversate dall’aria grazie all’apertura del velo palatino ed alla posizione arretrata della lingua.
Ecco un estratto di ciò che è stato presentato alla Pacific Voice Conference del 2019.
Canto Difonico Multitonale (Polyphonic Overtone Singing)
Sviluppato alla fine del XX° secolo dal cantante Wolfgang Saus, questo tipo di canto consiste nel muovere sia gli armonici che le relative fondamentali in modo melodico, al fine di eseguire melodie che richiedono un numero maggiore di note musicali, rispetto a quelle messe a disposizione da una sola fondamentale. La tecnica preferita è la doppia cavità. Walter Mantovani, creatore di questo sito, ne è attualmente l’esponente italiano più esperto.
Va detto che una forma di polifonia con armonici è parte della tradizione africana delle tribù Xhosa, tra le donne che cantano nello stile tradizionale Umngqokolo: qui la melodia viene prodotta dagli armonici generati da due fondamentali cantate ad intervallo di un tono, con timbro gutturale. Questo stile di canto può aver influenzato il canto difonico multitonale, dato che i primi studi etnomusicologici risalgono agli anni 80, e il canto difonico politonale ha preso piede negli anni 90, per poi diventare virale grazie a un video di Anna-Maria Hefele (allieva di Wolfgang Saus) nel 2015.
Strohbass
Lo strohbass (tradotto dal tedesco “stroh”=paglia e “bass”=basso) è una tecnica che permette di cantare note molto gravi e molto al di sotto della propria estensione vocale. Di fatto, è quel che tutti conosciamo come “vocal fry”(o meccanismo 0): le corde vocali sono lasse, rilassate e vibrano irregolarmente, producendo un tono un’ottava sotto al tono di partenza. Con l’esercizio ed il controllo della risonanza, queste note gravi possono acquisire un volume considerevole.
È spesso capitato di confondere questa tecnica con il kargyraa Tuvano, poichè le note utilizzate sono simili. Un ascolto attento permetterà di notare molte differenze tra le due, soprattutto in termini di volume e ricchezza di armonici: la differenza a livello anatomico, come abbiamo potuto osservare in laringostroboscopia e elettroglottografia (grazie all’aiuto del foniatra Dr. Giuseppe Pennisi), nel kargyraa sta nell’utilizzo delle false corde vocali in tandem con le corde vocali vere, ad intervallo di ottava, imprescindibile nella tradizione Tuvana (e sarda, per quanto riguarda “su bassu” nel Canto a Tenore). Nello strohbass, invece, non c’è vibrazione delle false corde, sebbene sia stato osservato del movimento da parte di esse, senza però una conseguente produzione di suono. Alcuni monaci Tibetani dell’ordine Gyuto utilizzano questa tecnica nei loro Mantra.
Queste erano le principali tecniche sviluppatesi in occidente negli ultimi decenni. Analogamente a quanto detto per lo khöömei Tuvano, è fuori dubbio che esistano altre varianti e, probabilmente, proprio ora qualcuno sta sperimentando una nuova tecnica, magari voi stessi dopo aver letto questo articolo? 🙂
Alla prossima!
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